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LA MONTAGNA AI
MONTANARI
In un quadro di incertezze sulla
condizione dell’esistenza e della gestione delle Comunità Montane (
con particolare riferimento alla confusa evoluzione del sistema
normativo) è da promuovere una generale mobilitazione di quanti
nella nostra Regione sono impegnati nella organizzazione e nella
promozione della crescita delle zone montane al fine anche di
conseguire piena consapevolezza del contesto
ordinamentale ed economico nel quale la montagna deve
inserirsi per svolgere efficacemente il suo ruolo di determinante
concorso all’organo di sviluppo di tutta
la Regione.
Dopo il necessario repulisti, l' accanimento anche su strutture che
hanno dimostrato di funzionare a tutela del territorio
la Montagna celebrata e dimenticata da Tutti
Asiago-Palermo Salta lo stipendio del presidente
dell' Altopiano di Asiago (237 euro al mese) ma si salvano i «deputatini»
dei consigli di quartiere di Palermo (1200 euro) Il fondo Il Fondo
nazionale per la montagna vale 36 milioni per il 2010: un settimo
del buco annuale della Tirrenia. Ma la montagna produce il 16,7% del
Pil Sprechi? Paga la montagna dimenticata (Ma si salvano le
circoscrizioni)
M a importa a qualcuno, della montagna italiana? Della gente che ci
vive, ci lavora, ci muore? Pare di no. L' ultima conferma è nella
Finanziaria. Non è facile, per uno come il presidente della comunità
montana di Asiago Lucio Spagnolo, capire i tagli. Prendeva 237 euro
e 50 cent netti al mese: aboliti. Come le indennità di tutti i suoi
colleghi. In compenso, in extremis, una manina ha ripristinato i
gettoni per consiglieri circoscrizionali. I quali, in città come
Palermo, arrivano a prenderne, di euro, 900. Misteri della politica.
Misteri delle clientele. Che dovesse essere fatto un repulisti nel
mondo delle comunità montane è fuori discussione. L' organismo nato
nel 1971 per arginare l' abbandono degli antichi borghi e la crisi
progressiva della montagna, che costituisce il 54% del territorio
italiano, aveva via via subito una deriva, per ragioni di bottega
partitica, che a un certo punto sembrava inarrestabile. La necessità
di distribuire sempre nuove poltrone, sempre nuove cariche, sempre
nuove prebende, aveva portato le comunità, gonfia gonfia, a
diventare 356. Un numero abnorme, con situazioni abnormi. Come
quella della Sardegna, arrivata ad avere 25 enti, alcuni dei quali
stupefacenti, tipo la «Comunità montana Riviera di Gallura». O
quella della Puglia che, nonostante sia la regione più pianeggiante,
era riuscita a dar vita a 6 comunità (compresa quella leggendaria
delle Murge Tarantine dove spiccava il caso di Palagiano: 39 metri
sul mare) e a guadagnare contributi erariali 14 volte più alti, in
rapporto agli ettari, di quelli del Piemonte. O ancora quella della
Calabria, che nel pieno delle polemiche sui costi della politica si
avventurò a inserire tra le comunità montane 19 nuovi comuni tra i
quali Bova Marina, Cassano allo Jonio o Monasterace. Tutti e tre sul
mare. Insomma, non poteva andare avanti così. Tanto più che per
distribuire soldi a pioggia anche ai furbetti, veniva sottratto
denaro alla montagna vera. Quella dei paesini abbandonati. Quella
dove ogni anno si chiudono scuole per mancanza di alunni. Quella
dove le foreste («Anche se in certi casi c' è un risvolto
paradossalmente positivo visti i guasti idrogeologici causati dalla
distruzione insensata dei boschi», spiega il professor Marco
Borghetti) si sono divorate negli ultimi 20 anni secondo i parametri
Fao un milione e mezzo di ettari di terreno. Insomma: bisognava
buttare via l' acqua sporca proprio per salvare il bambino. È stato
fatto il contrario. Il guaio è che il Palazzo, incapace di eliminare
le province (Margaret Thatcher le 45 Contee metropolitane
britanniche le eliminò nel 1985 tutte in un colpo solo) e metter
ordine dove i tagli avrebbero comportato dolorose emorragie di
consenso elettorale, si è a mano a mano convinto che quello poteva
essere il boccone da offrire alla plebe arrabbiata per placare le
sue ire: le comunità montane. Non solo quelle ridicole e indecenti:
tutte. Anche quelle che funzionavano. Un esempio? Quella in Val
Sabbia. La quale, come abbiamo già spiegato, ha allestito un'
anagrafe e un ufficio Ici unici per tutti i suoi 25 comuni. Li ha
messi tutti in rete. Stipendia un paio di funzionari-jolly che
girano di municipio in municipio perché i più piccoli non possono
permettersi un segretario comunale. Tiene in ordine le strade. Ha
elaborato i piani regolatori di ciascuno. Ha dimostrato come l'
unione può far la forza dando l' appalto per il gas solo a chi si
impegnava a portare le condutture anche nelle contrade. E così via.
Un altro? Quella dell' Altopiano di Asiago, la terra dei mitici «Sieben
alten Komoinen» vicentini, i «Sette antichi Comuni fratelli cari» le
cui regole per i boschi e i pascoli sono in vigore dal IV secolo
d.C. Uno straordinario esempio di democrazia dal basso. Dove la
comunità montana (con 9 persone, che oltre a fare tutti progetti
hanno messo su anche lo sportello unico per le imprese) gestisce 470
chilometri quadrati (sette volte San Marino) di prati e foreste,
otto comuni per un totale di 60 frazioni, 392 chilometri di strade,
86 malghe da alpeggio (il più grande bacino europeo) e l' immenso
patrimonio storico della Grande Guerra, compresa la zona sacra dell'
Ortigara. Un lavoro essenziale. Tanto più in anni in cui, via via
che la faticosissima agricoltura di montagna viene abbandonata, i
boschi stanno divorandosi il 6% l' anno di pascoli ed alpeggi. Col
risultato che già 10.260 ettari su 16.200 del comune di Asiago sono
ormai coperti dagli alberi (soprattutto dall' infestante pino mugo)
anche là dove i nostri nonni si erano spaccati la schiena,
estirpando radici e cavando pietre, per strappare alla terra
fazzoletti di terra coltivabile. Ma davvero il risanamento statale
imponeva l' abolizione dello stipendio del presidente, che avendo
già la paga da maestro (mica da super-manager: da maestro
elementare) guadagnava 2.850 netti l' anno cioè quei 237 euro e 50
cent netti al mese di cui dicevamo, nonostante abbia contato l' anno
scorso 379 appuntamenti in giro per cantieri, uffici pubblici,
riunioni con gli assessori provinciali e regionali senza manco avere
il cellulare pagato? Davvero il riordino delle pubbliche casse
esigeva l' amputazione della busta paga della sua vice, pari a 118
euro e 75 centesimi netti mensili? Dura da credere. Tanto più che
contemporaneamente, di deroga in deroga, sono rientrati, di fatto,
tutta una serie di altri tagli. Dal taglio «vero» all' indennità dei
parlamentari a quello, denunciato da Tito Boeri, ai gettoni di
presenza dei consiglieri circoscrizionali. Quelli finiti nella
bufera quando saltò fuori che a Messina si erano presentati 1755
candidati obbligando a stampare una scheda elettorale larga un metro
e alta 48,3 centimetri. O quando emerse che a Palermo ognuno dei 16
«deputatini» dei consigli di quartiere guadagnava intorno ai 1200
euro netti e un presidente prendeva 4750 euro mensili e aveva un'
auto blu con l' autista. Dovevano saltare tutti, i consigli di
circoscrizione. Finché non è stato infilato un emendamento che
salvava quelli delle città metropolitane. Di fatto quasi tutti. Di
più, venivano salvati (sia pure ridotti: per ora...) anche i gettoni
di presenza. Una disparità inaccettabile, secondo il presidente
nazionale dell' Uncem (l' unione delle comunità) Enrico Borghi. Che
presa carta e penna ha scritto a Napolitano denunciando come l'
abolizione di ogni indennità fosse «una misura che nulla incide
sotto il profilo economico per le finanze statali ma pesantemente
incide sul morale e sulla dignità di tantissimi amministratori
locali onesti, competenti e appassionati che sono disseminati sui
territori montani della nostra Italia». Parole giuste. Tanto più che
le comunità montane, grazie alla scrematura delle regioni, erano già
state al centro dell' unico vero taglio visto in questi anni: da 356
a 180 enti. Più una rasoiata del 66% alle poltrone. Più un' altra
del 50% nella Finanziaria 2008 agli stipendi. Più il prosciugamento
totale delle risorse, scese dall' ultima Finanziaria di Prodi all'
ultima di Tremonti da 180 milioni di euro a 0: zero. Le Regioni
pensano che quelle rimaste siano indispensabili? Paghino loro. Con
che soldi? Si arrangino: il Fondo nazionale per la montagna (dato
alle singole regioni) è pari per il 2010 a 36 milioni di euro: un
settimo del buco annuale della Tirrenia. Nonostante la montagna
italiana produca il 16,7% del Pil nazionale (203 miliardi) e ospiti
un quinto della popolazione. Vogliamo dirlo? La verità è che la
montagna e i montanari, le loro asprezze, i loro silenzi, i loro
boschi, i loro valori, sono fuori moda. Sempre più estranei a una
società caciarona, edonista, teledipendente, discotecara,
grandefratellesca. Dove tutto deve essere «facile». Tutto apparenza.
Tutto consumato in fretta. Tutto messo a nudo sulle spiagge. Sulle
barche. Sulle copertine dei giornali popolari. Alcide De Gasperi,
Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Karol Wojtyla andavano in vacanza
in montagna. Tra le vette. L' avete mai vista, una foto di Silvio
Berlusconi in montagna? E di Gianfranco Fini? E di tutti gli altri,
salvo eccezioni? Oddio, il maglione di lana!!! Gian Antonio Stella
 
PREVENIRE PRIMA DI DOVER PROVVEDERE
Il Consiglio Regionale del Lazio ha licenziato un
bando con il quale ha affrontato una serie di tematiche rivolte a
promuovere iniziative mirate, tra l’altro, alla valorizzazione
dell’ambiente, al rapporto uomo ambiente e alla sua conservazione ed
al volontariato sociale.--segue-->
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VIVERE IN MONTAGNA
Indagine Conoscitiva
Nel 1998 l’Istituto Nazionale di Sociologia
Rurale, diretto da Corrado
Barberis, ha pubblicato
un’interessante indagine che
permette di trarre delle
considerazioni di particolare
importanza. Ispirandosi alla
Legge n. 97 del 31 Gennaio 1994
riguardante le nuove
disposizioni per le zone
montane, il Sociologo afferma
che “attraverso il trasferimento
della residenza e delle attività
economico-imprenditoriali di
parte della popolazione da un
Comune non montano ad un Comune
montano, per un periodo di
almeno dieci anni, si
determinerebbe per la finanza
pubblica un considerevole
risparmio oltre a permettere
agli individui coinvolti di
godere dei noti benefici che
conseguono al vivere in ambiente
montano”.--segue-->
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